Cassazione sez. III – ud. 9.10.19, dep. 21.11.19 n. 47288

La Corte Suprema, nella sentenza che si propone il lettura, applica, come da indicazione della Corte di Giustizia dell’Unione europea, nella sentenza del 28 marzo 2019 (cause riunite da C-487/2017 a C-489/2017), il principio di precauzione ai rifiuti c.d. “ a specchio”.

Il codice CER (Codice Europeo di Rifiuto) cd. “a specchio” è attribuito a rifiuti che possono essere pericolosi o non pericolosi a seconda della concentrazione di sostanze pericolose contenute (invece se un rifiuto è classificato con codice CER pericoloso “assoluto”, è pericoloso senza alcuna ulteriore specificazione; se è classificato con codice CER non pericoloso “assoluto”, è non pericoloso, senza ulteriore specificazione).

Il detentore di un rifiuto classificato con codice CER cd. “a specchio” qualora, dopo una valutazione dei rischi quanto più possibile completa, si trovi nell’impossibilità di determinare la presenza di sostanze pericolose o di valutare le caratteristiche di pericolo sussistenti, è tenuto, per il principio di precauzione, a classificare il rifiuto come pericoloso.

Perciò, se la composizione del rifiuto non è immediatamente nota, il detentore deve raccogliere informazioni, tali da consentirgli una “sufficiente” conoscenza di tale composizione e l’attribuzione al rifiuto del codice appropriato, attraverso il campionamento e l’analisi chimica che devono offrire garanzie di efficacia e rappresentatività e non limitandosi alle sostanze che, in base al processo produttivo, è possibile possano conferire al rifiuto stesso caratteristiche di pericolo.

All’esito delle procedure di analisi, nel dubbio sulla pericolosità o meno del rifiuto, il rifiuto deve essere considerato pericolosi, dovendo sempre prevalere una sorta di presunzione di pericolosità, anche se le sostanze presenti nel rifiuto non sono note o le caratteristiche di pericolo non sono determinate o non possono essere determinate.